È la mente che produce i movimenti, o sono i movimenti a produrre la mente?
Feuerstein, Feldenkrais e la neuroplasticità che non conosce età
Esiste una domanda che Alberto Oliviero, neuroscienziato italiano, ha posto con la semplicità propria dei grandi interrogativi: “È la mente che costruisce i movimenti e li realizza attraverso i muscoli, oppure sono i movimenti, la motricità, che costruiscono la mente?”
Questo rappresenta il cuore di una delle rivoluzioni scientifiche più significative degli ultimi decenni, ed è il punto d’incontro tra due metodi che nel nostro lavoro abbiamo imparato a intrecciare: Feuerstein e Feldenkrais.
Il vecchio paradigma: il cervello come macchina che si consuma
Per gran parte del Novecento la scienza ha considerato il cervello come un sistema con un destino scritto. Funzioni e capacità predeterminate alla nascita, sviluppo possibile nell’infanzia e nell’adolescenza, poi graduale declino. Una macchina che si usura con l’uso.
Questa visione aveva conseguenze molto concrete: qualsiasi tentativo di mantenere o recuperare le funzioni cognitive in età adulta o anziana veniva considerato, nella migliore delle ipotesi, un’illusione consolatoria. Le diagnosi degenerative erano sentenze senza appello. L’intervento educativo con adulti in difficoltà, un supporto privo di basi scientifiche, inefficace anche per migliorare le condizioni.
Oggi sappiamo che questa immagine era profondamente sbagliata.
La svolta: il cervello plastico per tutta la vita
Le neuroscienze contemporanee hanno dimostrato con evidenza crescente che il cervello conserva la propria plasticità anche nell’età adulta, e probabilmente per tutta la vita. Non solo: il potenziamento cognitivo può modificare la struttura stessa del cervello, migliorando la capacità di elaborazione delle informazioni. Ricercatori come Michael Merzenich e Elkhonon Goldberg hanno mostrato che miglioramenti radicali nelle funzioni cognitive (nel modo in cui apprendiamo, pensiamo, percepiamo, ricordiamo) sono possibili anche in tarda età.
La domanda che si è aperta è: come? Attraverso quali strumenti?
Feuerstein: l’intuizione che anticipò la scienza
Reuven Feuerstein aveva risposto a questa domanda con decenni di anticipo. Già a partire dagli anni ’50, lavorando con bambini reduci dalla Shoah, aveva formulato il concetto di Modificabilità Cognitiva Strutturale: l’intelligenza non è un tratto fisso, ma un processo in continuo movimento, modificabile in senso positivo grazie all’interazione attiva con l’ambiente e con un mediatore.
Feuerstein non era interessato a misurare ciò che la mente non sa fare. Era interessato a potenziare ciò che può ancora fare, e a creare le condizioni perché lo faccia.
Il suo approccio si basa su due strategie possibili di fronte a una difficoltà. La prima, passiva e accettante: se questo è quanto il destino ha riservato, bisogna trovare il modo per convivere. La seconda, attiva e modificante: valutiamo la situazione con equilibrio, e agiamo, tanto quanto è possibile fare, in questo momento. La possibilità di intervenire esiste sempre; gli obiettivi si aggiornano man mano che il contesto cambia.
Questa impostazione metodologica è ora sostenuta dalla ricerca neuroscientifica più recente.
Feldenkrais: il movimento come porta del cervello
Moshe Feldenkrais arrivò a conclusioni simili partendo da un punto opposto: il corpo.
Nel 1942, a Londra, si trovava di fronte a una scelta difficile: un intervento chirurgico al ginocchio con il 50% di probabilità di successo, o la sedia a rotelle. Invece di accettare entrambe le opzioni, decise di studiare. Neurologia, anatomia, biomeccanica, fisiologia del movimento. Sapeva che il cervello, per ricominciare a far funzionare una parte del corpo, doveva creare nuove connessioni neurali e che era possibile guidare questo processo dall’esterno, attraverso il movimento consapevole.
Dopo due anni di lavoro, la sua gamba funzionava di nuovo.
Il metodo che sviluppò (e che ha insegnato in tutto il mondo fino alla sua morte nel 1984) si basa sulla convinzione che il movimento non sia solo una funzione del corpo, ma uno strumento di apprendimento del sistema nervoso. Muoversi con consapevolezza e intenzione non riorganizza solo la postura: riorganizza il cervello stesso. Come Feldenkrais amava dire: “Ciò che voglio ottenere non è la flessibilità del corpo, ma quella della mente.”
Quando i due metodi si incontrano: il caso di Carlo
Nel nostro lavoro clinico abbiamo avuto la possibilità di sperimentare concretamente cosa succede quando questi due approcci si fondono.
Abbiamo costruito un percorso che intrecciasse le sessioni di PAS (Programma di Arricchimento Strumentale di Feuerstein) con le sessioni di Feldenkrais. L’obiettivo non era curare la patologia, ma mantenere vive le aree cerebrali più a rischio, coinvolgendo quante più zone neurali possibile attraverso stimoli cognitivi e motori complementari.
I due percorsi si rafforzavano a vicenda, esattamente come le neuroscienze prevedono: perché mente e corpo non sono sistemi separati, ma un’unica realtà che si esprime su piani diversi. “È l’IO a produrre i movimento, o sono i movimenti a produrre l’IO?”, scrive Oliviero. La risposta è: entrambe le cose, contemporaneamente.
Una storia affascinante e molto coinvolgente che vi invitiamo a leggere sul libro.
Feuerstein e Feldenkrais sono due linguaggi che, integrati, parlano alla stessa realtà: un essere umano che è pensiero, corpo, emozione e relazione insieme e che in nessun caso deve essere lasciato solo di fronte alla propria difficoltà.
La possibilità di intervenire esiste sempre. Si tratta di trovare le parole giuste e i movimenti giusti per farlo.
