Movimento, tatto, udito, propriocezione, consapevolezza motoria e tanto altro per un percorso volto alla promozione del concetto di integrazione.
Se ci si pone l’interrogativo: “Qual è il canale preferenziale che ci fa conoscere il mondo al di fuori di noi?” il primo senso che generalmente si considera è quello visivo, seguito e correlato all’udito. Meno immediato è il riferimento che facciamo alla nostra percezione tattile.
Ho cominciato a riflettereere su questi aspetti con consapevolezza e coinvolgimento particolare quando ho accettato il posto di psicologa in un Istituto per non vedenti. Avevo avviato da pochi anni il mio percorso di formazione al pensiero Feuerstein: il desiderio di portare gli strumenti operativi all’interno della mia realtà professionale, mi ha aperto un mondo straordinario di cui sono fiera portatrice tutt’ora, a distanza di circa un quarto di secolo.
Gli strumenti tattili, infatti, nati per dare l’opportunità di accedere al PAS (Programma di Arricchimento Strumentale) anche a chi non vedeva[1], hanno avuto progressivamente una diffusione sempre più ampia anche in tutte le situazioni in cui deficit di tipo attentivo o comportamentale rendono difficile l’utilizzo delle funzioni cognitive a partire da modalità visive e/o verbali.
Ciò è avvenuto come conseguenza delle numerosissime risposte positive avute negli anni da parte di chi ha utilizzato gli strumenti tattili in altri ambiti, intuendone il valore al di là della minorazione visiva.
Nel tempo è diventato, almeno per me, parte integrante del lavoro in molte situazioni diversissime tra di loro, in quanto attiva parti del cervello di cui siamo meno consapevoli e ci stimola riflessioni e modalità operative di grande rilievo, utilissime sia dal punto di vista cognitivo che affettivo/emozionale e relazionale.
L’integrazione tra i vari sensi che ci caratterizzano è una buona strada per introdurre il concetto di integrazione in senso ampio da più punti di vista.
Integrazione, vocabolo importante che ha molti significati, non identici ma, a parer mio, complementari. Vediamone qualcuno:
Sono tutti termini che fanno pensare ad un arricchimento, all’esistenza di una qualche entità che, nel collegarsi, nell’accogliere, nell’inserire, una o più altre entità, ne esce più vitale di quanto non fosse prima dell’integrazione.
In che senso utilizziamo il concetto di integrazione?
Il primo, forse il più evidente ed esplicito, riguarda l’integrazione tra le inscindibili componenti del nostro essere: l’integrazione sensoriale, l’integrazione tra percezione e movimento, l’integrazione tra cognizione ed affettività, l’integrazione tra pensiero ed azione …
L’altro aspetto di fondamentale importanza riguarda l’integrazione sociale. La società è come l’arcobaleno, bella e significativa proprio per la presenza di tanti colori.
Parlando di disabilità, di difficoltà d’apprendimento, di disagio, si ha spesso la sensazione di parlare di qualche cosa che “pesa” alla società, di un aspetto che, nella migliore delle ipotesi, crea un problema di cui la società si fa carico, ma in molti casi, è vissuto come un problema da cui si cerca il modo di liberarsi, magari attraverso deleghe o parole vuote e poca sostanza operativa.
Nella filosofia con cui lo intendo, si tocca con mano, si percepisce attraverso consapevolezza motoria, si sente con l’intero organismo, quanto la vera integrazione porta a valorizzare le qualità di tutti.
Un insegnante che si prepara ad accogliere alunni con esigenze educative diverse (e tutti siamo persone con esigenze particolari) amplia le proprie risorse e ne ha un arricchimento non solo professionale ma anche personale.
Un intervento clinico volto a trovare soluzioni in situazioni problematiche, potenzia ad ampio respiro le competenze generali e la conoscenza dei meccanismi di funzionamento.
Affrontare le caratteristiche legate al passare degli anni aiuta a trovare modalità di relazione con il mondo più efficaci per qualunque momento della vita. L’età che avanza comporta l’instaurarsi di alcune caratteristiche: le abitudini si consolidano (fatto positivo per la pratica e la celerità con cui determinate attività vengono svolte) ma questo può ridurre la plasticità con cui si affrontano esperienze nuove. La motricità, l’elasticità articolare, la capacità percettiva dei sensi, soprattutto di quelli meno utilizzati, potrebbero ridursi. Agire in favore degli adulti meno giovani e degli anziani induce riflessioni valide anche da giovani.
Nel momento in cui chi guida una relazione d’aiuto si predispone attivamente ad affrontare una situazione specifica, fornisce l’opportunità alla sua stessa mente di arricchirsi, potenziando le sue stesse risorse e gli fornisce strumenti operativi ed energia mentale che può utilizzare nelle più varie situazioni.
Einstein diceva: “Tutti sono intelligenti. Ma se misuriamo l’intelligenza di un pesce sulla sua abilità di arrampicarsi sugli alberi …..”
Non esiste una netta separazione tra difficoltà e facilità d’apprendimento, non esiste una netta separazione tra patologia e benessere.
Esiste invece la possibilità di apprendere a guardare il mondo attraverso altri occhi, di toccare la realtà attraverso altre mani, di ascoltare gli eventi con altre orecchie, di percepire sé stessi e quanto ci circonda attraverso una sensibilità diversa.
E questo lo apprendiamo dalla vita quotidiana così come dall’attività professionale.
[1] Ho lavorato in qualità di psicologa all’interno dell’Istituto Rittmeyer per non vedenti per un decennio, occupandomi dell’adattamento tattile degli strumenti PAS in stretta collaborazione con il professor Gouzman dell’Istituto Feuerstein, all’epoca chiamato ICELP.
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